Se sapessi che un uomo sta venendo a casa mia col proposito di aiutarmi, beh, me la darei a gambe. – Henry David Thoreau

Alcuni gesti sono buoni. Indubitabilmente buoni.

Buoni nel senso che quando li compiamo siamo certi che come conseguenza ne deriverà qualcosa di positivo, magari della felicità, per qualcuno. Addirittura, se questo qualcuno è a noi ignoto e magari vive lontano, in un paese considerato povero, “del terzo mondo”, il nostro gesto risulterà il non plus ultra della bontà. Un esempio? Donare qualcosa. Dei vestiti usati alla Caritas o a chi per loro. Ci liberiamo di indumenti che a noi non servono più e che andranno a scaldare qualcuno che non può permettersi dei vestiti.

Ora, noi compiamo gesti del genere non solo, o non tanto, per la coscienza delle conseguenze positive che ne deriveranno per qualcun altro, ma perché farlo ci gratifica. Facciamo del bene quindi ci sentiamo bene. Ci crediamo persone migliori.

E se vi dicessi che è tutto falso, che quelle conseguenze positive sono solo immaginazione e in realtà le nostre buone azioni causano solo altri problemi, altro dolore? Tutta la nostra autogratificazione svanirebbe, sostituita da un pesante senso di colpa, e sareste scossi da brividi di delusione e rabbia. E non mi credereste. Vi rifiutereste di credermi.

E, in effetti anch’io facevo fatica, ma poi ho scoperto molte storie, racconti, capaci di dimostrare che è vero. Un esempio? La storia del maglione blu.

Il maglione blu

La protagonista, Jacqueline Novogratz, era un’ adolescente che viveva negli Stati Uniti, in Virginia, e aveva fra i suoi possedimenti un bellissimo maglione blu, raffigurante sul petto il Monte Kilimanjaro e il Monte Meru e, sotto di essi, una processione di zebre saltellanti.

Inutile dire che un tale maglione poteva apparire bello solo a lei. Chiunque altro lo riterrebbe orrendo, adatto a essere un oggetto al centro dell’incipit di questo articolo, qualcosa da donare, di cui liberarsi.

E infatti un giorno un odiato compagno di liceo, con una battuta coinvolgente le vette dei due monti e i mutamenti avvenuti nel corpo di Jacqueline nella crescita, stracciò il velo di Maya. La ragazza vide tutto l’orrore del maglione e decise di liberarsene.

Ma non lo gettò via. Lo trasformò in un dono.

È la stessa Novogratz a dirci che il gesto fu quasi un sacrificio, un’offerta. Officianti lei e sua madre, che consegnarono l’indumento alla Goodwill, un’associazione di beneficenza simile appunto alla nostra Caritas. Un gesto carico di speranze, di aspettative e soprattutto della convinzione di star facendo del bene. Anzi del fatto che un dono non potesse che fare del bene.

Kigali_Street_SweeperOra, prendete il brivido di delusione che avete provato al pensiero che la vostre buone azioni causassero in realtà del male e provate a immaginare di quanti milioni di volte deve essersi moltiplicato quando, a metà degli anni novanta, Jacqueline, facendo jogging per le colline di Kigali, Ruanda, vide il suo maglione, l’orrendo maglione blu, indosso al bimbo di dieci anni che le stava venendo incontro.

Tutti noi ricordiamo di aver visto nostra madre scrivere sulle etichette dei nostri vestiti il nostro nome, per evitare che, in qualche spogliatoio o durante le vacanze, li scambiassimo con quelli di qualcun altro. Nessuno di noi ha mai pensato, però, che quel gesto potesse in qualche modo essere la chiave per una storia capace di spiegare alcuni dei meccanismi con cui funziona il mondo.

Attraverso quel nome scritto sull’etichetta, Jacqueline ebbe infatti certezza che quel maglione era davvero il suo, e che il suo dono era andato a buon segno. Dopo oltre diecimila chilometri di viaggio e chissà quante tappe, era arrivato a qualcuno bisognoso, povero. Ma non ci fu gioia perché, osservato in un contesto più grande, quel maglione raccontava una storia che spazzava via in un soffio tutte le illusioni della Jacqueline adolescente.

Il significato che quell’orrendo maglione aveva “riportato a casa” al termine del suo viaggio, infatti, era che viviamo in un mondo pervaso da un livello di interconnessione altissimo, dove un minuscolo gesto, unito a infiniti gesti simili, può generare una valanga. Con le sole parole è arduo da capire, ma provate a visualizzare il maglione: lo sfondo di lana blu, le zebre bianche e nere, le vette dei monti incappucciate di bianco. Fatto? Ecco adesso moltiplicatelo per alcuni milioni. Fatto? Dovreste capire una cosa:  il maglione blu non era solo. Arrivava insieme a una massa di container carichi di vestiti di seconda mano, donati dal ricco occidente per rivestire i paesi del terzo mondo.

Container, metaforicamente parlando, carichi di doni, di gesti volti a fare del bene.

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E ora immaginate di essere un piccolo produttore di capi d’abbigliamento ruandese, e immaginate che il mercato in cui vi trovate a operare, già non floridissimo, venga invaso da merce concorrente a un prezzo stracciato, col quale non potete assolutamente competere, e capirete come uno dei risultati di tutti questi gesti di bontà assommati insieme è stato distruggere la già debole rete commerciale ruandese.  

È per questo che abbiamo scelto di partire con questa storia, per far capire come  un gesto minimo, quotidiano, come quello di donare qualcosa, possa avere ripercussioni enormi.

Servirà a noi, come è servito a Jacqueline, per comprendere che l’aiuto non può essere un gesto calato dall’alto, imposto, ma un processo che porti chi stiamo aiutando a sviluppare soluzioni proprie ai problemi che deve affrontare.

Dario Landi

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